Il classico della 1° domenica del mese: “STORIA DI UNA CAPINERA” di Giovanni Verga

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“Mio Dio! C’è un essere più infelice di me sulla terra? Dacché cotesta tentazione si è impossessata di me, io non mi riconosco più. I  miei occhi vedono più chiaro, la mia mente scopre misteri che per me avrebbero dovuto rimaner ignorati per sempre; il mio cuore prova sentimenti nuovi, che non avrebbe mai provato, che non avrebbe dovuto provare giammai: è felice, si sente più vicino a Dio, piange, si trova piccolo, isolato, debole. Tutto questo è spaventoso! Aggiungi minuzie insignificanti che diventano torture: uno sguardo, un gesto, un’inflessione di voce, un passo; […] Tu non mi comprenderai; tu mi crederai folle!… Mio Dio! se lo fossi, come sarei felice!È un dubbio continuo, un’ansia, uno sgomento, una dolcezza indicibile. Aggiungi a tutto questo il pensiero della mia condizione, il rimorso del peccato, l’impotenza di lottare contro un sentimento ch’è più forte di me, che mi ha invaso, mi logora, mi vince, e mi rende felice soggiogandomi… la desolazione di trovarmi umile, di trovarmi quella che sono… io sono meno di una donna, io sono una povera monaca, un cuor meschino per tutto quello che oltrepassa i limiti del chiostro, e l’immensità di quest’orizzonte che le si schiude improvvisamente dinanzi l’acceca, la sbalordisce… Io domando a me stessa se questo amore, questo peccato, questa mostruosità non è parte di Dio!… Vorrei esser bella come ciò che sento dentro di me; getto uno sguardo su di me, sorpresa io stessa di cotesta curiosità insolita, e mi rattristo non trovando in me che un fagotto di saja nera, dei capelli tirati sgarbatamente all’indietro, maniere rozze, timidità che potrebbe sembrare goffaggine… e mi veggo accanto altre ragazze eleganti, graziose, che non fanno peccato se amano come me…”

Titolo: Storia di una capinera

Autore: Giovanni Verga

Genere:  Romanzo epistolare

Editore: Crescere Edizioni (2013)

Anno pubblicazione: 1871

Pagine: 97

Formato: cartaceo

Prezzo: €7.90

 

Buon pomeriggio e buona domenica carissimi lettori!

Da oggi, Il Mangialibro inaugura una sorta di rubrica letteraria intitolata “Il classico della 1° domenica del mese”, con la quale ogni prima domenica del mese, appunto, si dedicherà l’attenzione a un classico in particolare. Abbiamo deciso di partire da un noto romanzo di Giovanni Verga, scritto tra giugno e luglio 1869 durante un suo soggiorno a Firenze e pubblicato ufficialmente per la prima volta nel 1871, dal quale successivamente  sono stati tratti anche gli omonimi film(rispettivamente del 1917, del 1943 e del 1993): “Storia di una capinera”.

Il libro si apre con un’introduzione dell’autore con la quale spiega il titolo:

“Avevo visto una capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifugiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare il rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava di rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristemente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva solo di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete. […]”

Il romanzo è in parte autobiografico, in quanto è ispirato alle vicende vissute in prima persona dallo stesso autore quando quindicenne, durante l’estate 1854-1855, in seguito all’epidemia di colera scatenatasi a Catania, lui e la sua famiglia dovettero rifugiarsi a Tebidi, una località tra Vizzini e Licodia, e durante la permanenza egli si innamorò di Rosalia, una giovane educanda del monastero di San Sebastiano (Vizzini).

La storia parla di Maria, giovane donna siciliana rimasta orfana di madre a sette anni e da allora cresciuta nel convento di Catania, destinata a diventare monaca di clausura, per volere del padre e della matrigna. Un giorno, a causa di un’epidemia di colera, la ragazza è costretta ad abbandonare il convento di Catania e a trasferirsi a Monte Ilice col padre, la nuova moglie e i fratellastri Gigi e Giuditta in una proprietà di campagna isolata e meno esposta al rischio della malattia. Qui Maria intrattiene una fitta corrispondenza con la sua amica Marianna, attraverso la quale parla della sua vita amena e gioiosa, fatta di giornate spensierate, corse nella natura, finalmente libera dopo tanti anni passati tra le grigie e tetre mura del convento, oppressa da regole rigidissime. Tuttavia, un giorno la famiglia Valentini, che vive a poca distanza della casa della famiglia di Maria, fa capolino nelle loro vite: le due famiglie si fanno reciproca compagnia durante le giornate estive e solitarie e a poco a poco, nell’attesa del ritorno in città, diventano molto amiche e assidue frequentatrici. È così che la giovane pura e ingenua Maria presto si sentirà turbata facendo la conoscenza di Nino, un ragazzo che tra l’altro ricambia il sentimento che è ormai nato, ma che a lei è sconosciuto: l’amore. Tutto ciò però non passa inosservato all’arcigna matrigna, che ben presto la isola dagli incontri “mondani”, impedendole così di incontrare Nino fino al suo definitivo rientro in convento, ove rimarrà per sempre in quanto è prossima nel prendere i voti. Ma la batosta finale, le viene inflitta quando scopre che Nino ha sposato la sua sorellastra e i novelli sposini, tra l’altro, sono andati a vivere proprio di fronte al convento. Proprio a causa di tutto ciò il sentimento di Maria, dapprima sconosciuto, tenero e idilliaco, si trasforma pian piano in ossessione e disperazione, fino a raggiungere i drammatici connotati della follia.

“Marianna, son malata; ho la febbre nel cervello; la testa mi arde, odo dalla mia celletta gli urli di quella povera suor Agata… mi pare che vorrei urlare anch’io come lei, e come lei strappare colle unghie l’intonaco delle pareti… Perché m’hanno chiusa qui? che ho fatto? perché quelle grate, questi veli, quei chiavistelli? Perché quelle preci lugubri, quelle lampade fioche, quei visi pallidi, spaventevoli, quel buio, quel silenzio? che ho fatto? Dio mio! che ho fatto? Voglio andarmene! voglio uscire di qui! non voglio più starci!  voglio fuggire… Aiutami! aiutami, Marianna! Ho paura; sono rabbiosa; voglio la luce, voglio correre! Marianna! perché mi abbandoni anche tu?… Dì a mio padre che venga a togliermi da questo sepolcro; digli che muoio, che muoio assassinata; digli che mi spaccherò la testa contro queste pareti… digli che sarò buona, che amerò tutti, che sarò la serva di casa, che mi contenterò del canile…ma fuori di qui… Digli che non gli ho fatto nulla… perché è così spietato anche lui? nessuno avrà pietà di me? nessuno mi aiuterà? nessuno di quelli che passano per la via colla gioia di una felicità in cuore penserà che rinchiusa qui dentro possa esservi un’infelice che muore disperata?… Grida! urla con me! chiama al soccorso! dì a tutti quelli che ti possono udire che son chiusa qui per forza; che non ho fatto nulla; che sono innocente… dì che in questo luogo vi è la morte… che c’è l’odore dei sepolti, che si odono le strida della pazza!…”

Si tratta di una storia toccante e quasi assurda, che mette in evidenza l’accondiscendenza delle ragazze di un tempo, obbligate dalle famiglie a svolgere passivamente ruoli predeterminati, in base alla condizione economica e di rango; in tale caso, infatti, il padre di Maria è un semplice impiegato che è convolato in seconde nozze con una donna ricca, di cui è succube o forse ne accetta la prevaricazione a causa della posizione economica, accettando passivamente e di conseguenza anche il destino assegnato alla figlia, nonostante sia evidente che quest’ultima, in seguito al suo rientro a casa dal convento, non solo è stupita dalla vita “normale”, ma ne è anche entusiasta. Ma soprattutto si narra della metamorfosi di un amore che da genuino diventa malato; Maria rappresenta infatti l’excursus dell’animo umano, attraverso un viaggio claustrofobico nel profondo  del proprio Io. è come se  lei fosse  stata cresciuta in cattività (passatemi il termine), in quanto da sempre le sono negate le gioie della vita, quali gli affetti, la famiglia, la casa, la natura, la libertà; tutte queste privazioni, aggiungendosi alla rigida disciplina impostale dal convento, l’hanno condotta anche a una negazione di sé, tanto da renderla incapace di riconoscere i sentimenti, tra cui l’infatuazione per Nino, che vive dapprima come un turbamento, poi come una malattia e infine come un peccato gravissimo di cui si vergogna immensamente a tal punto da non volerlo neanche confessare. Proprio per questo si logora l’anima e la mente, gungendo a cadere in uno stato depressivo tale da essere solo il preludio alla follia finale.

“<Ascoltatemi Maria…> e non diceva altro, e si passava la mano sugli occhi, pareva che balbettasse, lui, un uomo! io tremai tutta come se quel nome mi penetrasse da tutti i pori della viva carne. Mi diceva Maria!… capisci?… Perché mi faceva quell’effetto il sentirmi a chiamare per nome? <Ascoltatemi>, ripigliò; <voi siete una vittima.> <Oh! no signore!> <Sì, voi siete la vittima della vostra posizione, della cattiveria di vostra matrigna, della debolezza di vostro padre, del destino!>”

Personalmente questo romanzo mi ha fatto tanta rabbia.

In primis, per la reclusione forzata della protagonista, simbolo di uno status sociale di cui sono state vittime tantissime donne della nostra società nei secoli passati, donne costrette a rinnegare se stesse e la propria natura, relegate tra le mura dei conventi e destinate alla meditazione e alla preghiera. Basti pensare al famoso personaggio presente ne “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, la celebre monaca di Monza, da sempre conosciuta in un’accezione negativa, ma che in realtà non è poi così diversa dalla nostra povera Maria. Sono donne che sono esistite da sempre , vittime anch’esse di una società maschilista e dispotica.

In secondo luogo mi ha fatto tanto rabbia l’atteggiamento di Maria, che inizialmente ha accettato la sua condizione senza ribellarsi, piegandosi volontariamente al volere della famiglia, in uno stato di accettazione e rassegnazione. Solo alla fine chiede aiuto, ma quando ormai si trova nello stadio finale della pazzia, quando ha ormai scoperchiato il vaso di Pandora smettendo di rinnegare se stessa.

“Tutto è finito… tutto… Vedi che son rassegnata, Marianna, che Dio ha avuti pietà di me!… Domani mi preparerò al gran passo con gli esercizi spirituali. Non ti scriverò; non vedrò più nessuno, neanche mio padre… è l’agonia. Quei due cuori felici avranno pensato qualche momento, in mezzo al turbine della loro felicità, a questa povera donna che si muore qui, sola, derelitta? Vieni alla cerimonia… Sarà per domenica, 6 aprile. È un’altra domenica, come tu vedi… soltanto quest’altra è triste! … Verrai? Ti aspetto. Addio. Non ti pare assai malinconica?”

Insomma, una storia triste e tragica narrata in uno stile impeccabile (ho già avuto modo di dirvi che amo Verga), che trascina dalla prima pagina fino all’ultima!

ASSOLUTAMENTE DA LEGGERE!!!

Un grande abbraccio,

Vostra Chiara

P.s.: vi aspettiamo con un altro classico la 1° domenica di giugno!!!

“Ho visto tutti quei lugubri apparecchi che stringono il cuore, e si trattava di me? … ed ero io che morivo? … Tutta quella gente vestita a festa, tutti quei suoni, tutti quei lumi erano per me? … Ed io ho potuto acconsentire a morire? … Ho voluto morire? … […] Tutto ciò significava che io morivo! E com’è bastato questo solo ad addormentare tutti gli affetti che mi bollivano in seno? a soffocarli? Quella cerimonia, quei lumi, quel cataletto, quelle forbici come hanno avuto il potere di lasciarmi il petto vuoto, i sensi inerti? come hanno potuto farmi discendere viva nella tomba, farmi rinunziare a tutti i beni di Dio, l’aria, la luce, la libertà, l’amore? … Ancora il peccato!… ancora!… dopo morta!… Ma anch’esso morrà. Qui dove c’era il cuore, adesso non c’è più nulla. Sono gli ultimi aneliti di vita, è la lotta dell’anima che non vuol morire.”

 

 

MA CHI ERA GIOVANNI VERGA?

Autografo di Giovanni Verga

GIOVANNI CARMELO VERGA nacque il 2 settembre 1840 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Venne registrato all’anagrafe di Catania, che allora faceva parte del Regno delle Due Sicilie, ma vista la natura dell’atto di registrazione sia la data, che il luogo di nascita, non sono universalmente accettati, in quanto vi è un dibattito su Catania e Vizzini quali città di provenienza, a causa del fratello maggiore e omonimo, che però nacque morto (inoltre, a distinguere l’autore vi è anche l’aggiunta del secondo nome Carmelo).

Il padre dello scrittore, Giovanni Battista Catalano, era di Vizzini, dove la famiglia Verga -di lontane ascendenze spagnole, visto che erano giunti in Sicilia col nome di Vegas nel 1282 circa- aveva delle proprietà e discendeva dal ramo cadetto della famiglia, alla quale appartenevano anche i baroni di Fontanabianca; la madre si chiamava Caterina Di Mauro e apparteneva ad una famiglia borghese di Catania. Il nonno di Giovanni era stato carbonaro e, nel 1812, eletto deputato per Vizzini al primo Parlamento siciliano. Verga aveva due fratelli, Mario e Pietro. Vi è, tuttavia, una seconda tesi secondo cui Verga sarebbe nato in un podere di campagna di proprietà dello zio don Salvatore in contrada Tièpidi (una zona di campagna a pochi chilometri dal centro abitato di Vizzini). Questa tesi sarebbe supportata da diversi fatti: il primo riguarda l’epidemia di colera che nell’estate del 1840 si era abbattuta su Catania e che avrebbe potuto spingere la famiglia Verga ad abbandonare l’afosa Catania, d’estate, per la frescura collinare di Vizzini) e a scegliere il piccolo centro del Calatino per proteggere sia la madre sia il nascituro da ogni potenziale rischio; il secondo fatto è che, nato prematuro, di sette mesi, il piccolo sarebbe poi stato riportato nel capoluogo dove il padre, Giovanni Battista Verga (originario di Vizzini ma residente nel capoluogo), registrò il figlio come nato a Catania, nell’abitazione di via Sant’Anna, visto che il documento riporta il numero 284 ter, che è una prova del fatto che si tratta di un atto di famiglia (è probabile, inoltre, che Giovanni Battista Verga avesse scelto Catania come città ufficiale di appartenenza anche per compiacere la moglie Caterina Di Mauro (o Mauro), catanese, e anche per comodità, visto che la futura eventuale richiesta di certificazioni avrebbe necessitato un viaggio nella distante Vizzini); il terzo fatto riguarda un’annotazione apposta sull’occhiello di una copia della prima edizione delle Novelle Rusticane, che Verga regalò all’amico scrittore Luigi Capuana, dove si legge: «A Luigi Capuana “villano” di Mineo – Giovanni Verga “villano” di Vizzini» (l’uso del termine “villano” dimostrerebbe, quindi, come Verga fosse a conoscenza di essere nato in un piccolo paese di provincia come Capuana, a Vizzini o comunque in una contrada di campagna). Sull’esatta data di nascita l’incertezza è altrettanto ampia, ma si pensa che sia il 2 settembre del 1840. L’atto di nascita riporta la data del 2 settembre 1840. Il 1º marzo 1915 Verga scrive tuttavia in una sua missiva a Benedetto Croce quanto segue: <<Illustre amico, sono stato al Municipio per avere la data precisa che desidera conoscere: 31 agosto 1840, Catania. Io invece credevo fosse il 2, oppure l’8 settembre dello stesso anno. Eccomi dunque più vecchio di una settimana, ma sempre con grande stima e affetto per Lei>>. L’8 settembre è in realtà la data di battesimo, mentre quella di nascita è probabilmente antecedente e potrebbe risalire alla fine di agosto, se non addirittura il 29, giorno in cui a Vizzini si festeggia San Giovanni. Il trasferimento da Vizzini a Catania potrebbe spiegare, dunque, il ritardo nella registrazione e la posticipazione della data. Verga, compiuti gli studi primari presso la scuola di Francesco Carrara, venne inviato, per gli studi secondari, alla scuola di don Antonino Abate, scrittore, fervente patriota e repubblicano, dal quale assorbì il gusto letterario romantico e il patriottismo. Abate faceva leggere ai suoi allievi le opere di Dante, Petrarca, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Vincenzo Monti, Manzoni e pagine dell’Estetica di Hegel; inoltre proponeva anche il romanzo storico-patriottico “I tre dell’assedio di Torino” (scritto nel 1847) del poeta catanese Domenico Castorina, che era lontano parente di Verga e che a quei tempi era considerato dai contemporanei “il miglior poeta e scrittore catanese della prima metà dell’Ottocento”. Nel 1854, a causa di un’epidemia di colera, la famiglia si rifugiò nella campagna di Tèbidi e vi ritornerà nel 1855 per lo stesso motivo. I ricordi di questo periodo, legati alle sue prime esperienze adolescenziali e alla campagna, ispireranno molte delle sue novelle, come “Cavalleria rusticana” e “Jeli il pastore“, oltre al romanzo “Mastro-don Gesualdo“. A soli 16 anni, tra il 1856 e il 1857, Verga scrisse il suo primo romanzo d’ispirazione risorgimentale “Amore e patria” rimasto inedito. Il romanzo infatti ottenne giudizio positivo da parte di Abate, ma venne considerato immaturo dall’insegnante di latino, don Mario Torrisi, che lo convinse a non pubblicarlo. Iscrittosi nel 1858 alla facoltà di legge all’Università di Catania, non dimostrò però grande interesse per le materie giuridiche e nel 1861 abbandonò i corsi, preferendo dedicarsi all’attività letteraria e al giornalismo politico. Con il denaro datogli dal padre per concludere gli studi, il giovane pubblicò a sue spese il romanzo “I carbonari della montagna” (1861- 1862), un romanzo storico che si ispira alle imprese della Carboneria calabrese contro il dispotismo napoleonico di Murat. La sua fu dunque una formazione irregolare; i testi su cui si forma il suo gusto in questi anni, più che i classici italiani e latini sono gli scrittori francesi moderni di vasta popolarità, ai limiti con la letteratura di consumo, come Alexandre Dumas padre (I tre moschettieri) e figlio (La signora delle camelie), Sue (I misteri di Parigi), Feuillet (Il romanzo di un giovane povero). Oltre a questo genere di romanzi egli prediligeva i romanzi storici italiani, soprattutto quelli a carattere fortemente romantico, come quelli di Guerrazzi la cui influenza si coglie anche nel suo terzo romanzo, pubblicato nel 1863, dapprima a puntate sulle appendici della rivista fiorentina La nuova Europa, intitolato “Sulle lagune”, nel periodo in cui, ottenuta ormai l’Italia l’indipendenza, Venezia è ancora sotto la potenza austriaca. Il romanzo narra la vicenda sentimentale di un ufficiale austriaco con una giovane veneziana in uno stile severo e privo di retorica. Entrambi innamorati della vita finiranno per morire insieme. Verga lavorò in questo periodo frequentemente anche ad Acitrezza ed Acicastello. In Sicilia si verificò un periodo di violente sommosse popolari per l’abolizione del dazio sul macinato e, soprattutto nella provincia catanese, si assistette alla reazione dei contadini che, esasperati, arrivarono ad uccidere e a saccheggiare le terre. Sarà Nino Bixio che, con la forza, riuscirà a riportare l’ordine. Nella novella “Libertà, il Verga rivive con forza drammatica una di queste rivolte, quella di Bronte. Con l’arrivo di Garibaldi a Catania venne istituita la Guardia Nazionale e Verga, nel 1860, si arruolò in essa prestando servizio per circa quattro anni ma, non avendo inclinazioni per la disciplina militare, se ne liberò con un versamento di 3.100 lire alla Tesoreria Provinciale. Nel frattempo, insieme a Nicolò Niceforo, conosciuto con lo pseudonimo di Emilio Del Cerro, fondò il settimanale Roma degli Italiani, che si basava su un programma anti-regionale, e lo diresse per tre mesi oltre a collaborare alla rivista L’Italia contemporanea. Il settimanale passerà in seguito sotto la direzione di Antonino Abate. Nel 1862, Verga e Niceforo ritentano l’esperienza con la rivista letteraria L’Italia contemporanea sulla quale il Verga pubblica la sua prima novella verista, “Casa da thè“. La rivista però ha breve durata e, dopo il primo numero, viene assimilata da Enrico Montazio alla rivista fiorentina Italia, veglie letterarie. Anche il giornale l’Indipendente, fondato e diretto da Verga sempre nel ’62, venne, dopo dieci numeri, lasciato alla direzione dell’Abate. In quello stesso anno Verga pubblicò sulla Nuova Europa le prime due puntate del romanzo “Sulle lagune” che verranno sospese per un anno e infine riprese dall’inizio e terminate il 15 marzo 1863 dopo 22 puntate. Verso la fine di aprile o agli inizi di maggio 1865 si recò per la prima volta a Firenze, dopo aver abbandonato gli studi di legge presso l’Università di Catania. In questo periodo scrisse una commedia, che è stata pubblicata solo nel 1980, dal titolo “I nuovi tartufi“, che venne inviata, sotto forma anonima, al Concorso Drammatico bandito dalla Società d’incoraggiamento all’arte teatrale ma senza successo e il romanzo “Una peccatrice“. Firenze era a quei tempi la capitale del Regno e rappresentava il punto d’incontro degli intellettuali italiani e il giovane Verga avrà modo di conoscere, in questo primo breve periodo, Luigi Capuana, allora critico della Nazione, i pittori Michele Rapisardi e Antonino Gandolfo, il maestro Giuseppe Perrotta e il poeta Mario Rapisardi. A Firenze ritornerà nell’aprile 1869 dopo che la nuova epidemia di colera diffusasi nel 1867 l’aveva costretto, insieme alla famiglia, a trovare rifugio dapprima nelle proprietà di Sant’Agata li Battiati e poi a Trecastagni. A Firenze, dove rimarrà fino al 1871, decise quindi di stabilirsi avendo compreso che la sua cultura provinciale era troppo restrittiva e che gli impediva di realizzarsi come scrittore. Nel 1866 l’editore torinese Negro gli aveva intanto pubblicato “Una peccatrice“, un romanzo di carattere autobiografico e fortemente melodrammatico, che narra la vicenda di un piccolo borghese catanese, Pietro Brosio, che, pur avendo ottenuto la ricchezza e il successo ed essere riuscito a conquistare la donna dei suoi sogni, Narcisa, ritornerà alla sua mediocrità dopo che Narcisa, impazzita per amore, si toglierà la vita. Gli anni fiorentini saranno fondamentali per la formazione del giovane scrittore che avrà modo di conoscere artisti, musicisti, letterati e uomini politici oltre che frequentare i salotti più conosciuti del momento. Con una lettera di presentazione di Mario Rapisardi si introdusse facilmente in casa dello scrittore e patriota Francesco Dall’Ongaro dove incontrò Giovanni Prati, Aleardo Aleardi, Andrea Maffei e Arnaldo Fusignano. Introdotto dal Dall’Ongaro presso i salotti culturali di Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg, madre e figlia entrambe pittrici, conobbe Vittorio Imbriani e altri letterati. Iniziò quindi a condurre una vita mondana frequentando il Caffè Doney, dove conobbe letterati e attori, il Caffè Michelangelo, luogo d’incontro dei pittori macchiaioli più noti dell’epoca e recandosi spesso alla sera a teatro. Risale a questo periodo la stesura del romanzo epistolare “Storia di una capinera” che apparve nel 1870 sul giornale di moda Il Corriere delle Dame e che l’anno seguente verrà pubblicato, per interessamento del Dall’Ongaro, dalla tipografia Lampugnani di Milano. La prefazione al romanzo venne scritta dal Dall’Ongaro che riportava la lettera da lui scritta a Caterina Percoto per presentarle il libro. Il romanzo ebbe un gran successo e Verga incominciò ad ottenere i suoi primi guadagni. Il 20 novembre 1872 Verga si trasferì a Milano dove si fermerà, pur con diversi e lunghi ritorni a Catania, fino al 1893. Lo presenteranno l’amico Capuana con una lettera per il romanziere Salvatore Farina direttore della Rivista minima e il Dall’Ongaro con una al pittore e scrittore Tullo Massari. A Milano frequenterà in modo assiduo il salotto Maffei dove conoscerà i maggiori rappresentanti del secondo romanticismo lombardo e si incontra con l’ambiente degli Scapigliati, legando soprattutto con Arrigo Boito, Emilio Praga e Luigi Gualdo. Frequentando i ristoranti, come il Cova e il Savini, ritrovo di scrittori e artisti, conosce Gerolamo Rovetta, Giuseppe Giacosa, Emilio Treves e il Felice Cameroni con il quale intreccerà una fitta corrispondenza epistolare molto interessante sia per le opinioni sul Verismo e sul Naturalismo espresse, sia per i giudizi dati sulla narrativa contemporanea, da Zola a Flaubert, a D’Annunzio. Conoscerà inoltre il De Roberto con il quale sarà amico per tutta la vita. Gli anni milanesi saranno ricchi di esperienze e favoriranno la nuova poetica dello scrittore. Risalgono a questi anni “Eva” (1873), “Nedda” (1874), “Eros” e “Tigre reale” (1875). Sono opere che si iscrivono nella poetica tardoromantica del primo Verga, ad eccezione di “Nedda“, anticipo verista, corrente di cui lo scrittore catanese sarà il massimo esponente dalle novelle di “Vita dei campi” in poi. Lo scrittore intanto si era avvicinato ad autori nuovi per tematiche e forme, come Zola, Flaubert, Balzac, Maupassant, Daudet, Bourget, e aveva iniziato un abbozzo del romanzo “I Malavoglia“. Nel 1877 verrà pubblicata dall’editore “Brigola“, una raccolta di novelle, “Primavera e altri racconti“, che erano precedentemente apparsi sulle riviste Illustrazione italiana e Strenna italiana, che presentano stile e soggetto diversi dai precedenti scritti. Nel 1878 apparve sulla rivista Il Fanfulla la novella “Rosso Malpelo” e nel frattempo egli iniziò a scrivere “Fantasticheria“. Lo stesso anno morì sua madre. Risale a questi anni il progetto, annunciato in una lettera del 21 aprile all’amico Salvatore Paolo Verdura, di scrivere un ciclo di cinque romanzi, “Padron ‘Ntoni“, “Mastro-don Gesualdo“, “La Duchessa delle Gargantas“, “L’onorevole Scipioni“, “L’uomo di lusso“, che in origine avrebbero dovuto essere titolati la Marea per poi essere cambiati in I vinti, che, nell’intenzione del Verga, dovevano rappresentare ogni strato sociale, da quello più umile a quello più aristocratico e sarà questo “l’inizio della più felice e fervida stagione narrativa dello scrittore catanese”. Il 5 dicembre 1878 Verga ritornò a Catania in seguito alla morte della madre e farà seguito un lungo periodo di depressione. In luglio lasciò Catania e, dopo essere stato a Firenze ritornò a Milano dove ricomincerà, con maggior fervore, a scrivere. Nell’agosto 1879 uscirà “Fantasticherie” sul Fanfulla della domenica e, nello stesso anno, scriverà “Jeli il pastore” oltre a pubblicare, su diverse riviste, alcune novelle di “Vita dei campi” che vedrà la luce presso l’editore Treves nel 1880. Nel 1881 apparve sul numero di gennaio della Nuova Antologia l’episodio tratto da “I Malavoglia” che narra della tempesta con il titolo “Poveri pescatori” e, nello stesso anno, verrà pubblicato da Treves il romanzo che sarà però accolto molto freddamente dalla critica come confesserà il Verga stesso all’amico Capuana in una lettera dell’11 aprile da Milano: “I Malavoglia hanno fatto fiasco, fiasco pieno e completo. Tranne Boito e Gualdo, che ne hanno detto bene, molti, Treves il primo, me ne hanno detto male”. Nel 1882, oppresso da bisogni economici, pubblicò presso l’editore Treves il romanzo “Il marito di Elena” dove verranno ripresi i temi erotico-mondani della prima maniera anche se con una più accurata indagine psicologica. Risale a questo periodo la stesura delle future “Novelle rusticane” che verranno pubblicate man mano su alcune riviste. Durante la primavera lo scrittore si recò a Parigi dove incontrerà lo scrittore svizzero di lingua francese Louis Edouard Rod, conosciuto l’anno precedente, che nel 1887 pubblicherà “I Malavoglia” nella traduzione francese. Dopo Parigi compì un altro viaggio a Médan per vedere Zola e a giugno si recò a Londra. Alla fine dell’anno, ma con data 1883, pubblicò la raccolta di dodici novelle con il titolo “Novelle rusticane” dove si fa predominante il tema della “roba”. Lavorava intanto intensamente ai racconti “Per le vie“, iniziati l’anno precedente, che saranno pubblicati sul Fanfulla della domenica, nella Domenica letteraria e sulla Cronaca bizantina e da Treves nello stesso anno. Il 1884 sarà caratterizzato dall’esordio teatrale dello scrittore che, adattando la novella omonima apparsa in “Vita dei campi“, mise in scena “Cavalleria rusticana” che verrà rappresentata il 14 gennaio 1884 dalla compagnia di Cesare Rossi al Teatro Carignano di Torino e avrà come attori Eleonora Duse nella parte di Santuzza e Flavio Andò nella parte di Turiddu. Il dramma, come già aveva intuito il Giacosa che aveva seguito il lavoro del Verga, ottenne un grande successo. Confortato da ciò, Verga preparò un’altra commedia adattando una novella di “Per le vie“, “Il canarino del n. 15“, e il 16 maggio 1885, con il titolo “In portineria“, essa venne rappresentata a Milano al Teatro Manzoni, senza però ottenere il successo di quella precedente. Afflitto da una grave crisi psicologica dovuta alle preoccupazioni di carattere finanziario e dal fatto che non riusciva a portare avanti come voleva il Ciclo dei Vinti, decise di ritornare in Sicilia. Nel 1887 uscì, presso l’editore Barbèra di Firenze, la raccolta “Vagabondaggio“. Gli anni tra l’86 e l’87 li trascorse lavorando, ampliandole, alle novelle pubblicate dal 1884 in poi per la raccolta “Vagabondaggio” che uscirà nel 1887 presso l’editore Barbèra. Nel 1890 soggiornò per un periodo di alcuni mesi a Roma e all’inizio dell’estate ritornò in Sicilia e, tranne alcuni soggiorni a Roma, vi rimase fino al novembre del 1890. Terminata nel frattempo la prima stesura del romanzo “Mastro-don Gesualdo“, esso venne pubblicato a puntate sulla rivista La Nuova Antologia. Durante il 1889 si dedicò completamente alla revisione del “Mastro-don Gesualdo” che venne dato alle stampe, da Treves, a fine anno ottenendo una buona accoglienza sia dal pubblico sia dalla critica. Lo scrittore, rincuorato dal buon successo del romanzo, progettò di continuare il Ciclo dei Vinti con “La duchessa di Leyra” e “L’Onorevole Scipioni” mentre continuò la pubblicazione delle novelle che faranno poi parte delle due ultime raccolte. L’8 aprile 1890, al Teatro Costanzi di Roma, venne intanto messa in scena “Mala Pasqua” tratta dalla novella dello scrittore che però non ottenne un gran successo. Solo un mese dopo venne rappresentata, nello stesso teatro, l’opera “Cavalleria rusticana” musicata da Pietro Mascagni riscuotendo grande applauso di pubblico e di critica. L’opera continuò ad essere rappresentata con sempre maggior successo e il Verga chiese al musicista e all’editore, come da accordi pattuiti, la parte di guadagno per i diritti d’autore. Gli verrà offerta una modesta cifra, 1.000 lire che il Verga non volle accettare. Rivoltosi alla Società degli Autori, che si dimostrò solidale con lo scrittore, egli sarà però costretto ad agire attraverso vie legali. Ha inizio così nel 1891 una complessa vicenda giudiziaria che sembra concludersi, il 22 gennaio 1893, allorché Verga accetta, una tantum, la somma di lire 143.000 come “compensazione finale”. Nel 1891 erano intanto usciti presso l’editore Treves “I ricordi del capitano d’Arce” e nel 1894 “Don Candeloro e C.i“. Nel 1893 lo scrittore si trasferì definitivamente a Catania dove rimase, a parte qualche breve viaggio a Milano e a Roma, fino alla morte. Sebbene continuasse a scrivere, si dedicò anche alla fotografia. Ebbe inizio tuttavia la sua crisi creativa, che gli impedì di proseguire sulla strada del Verismo, per riaccostarsi allo stile post-romantico. Non smise mai, tuttavia, di tentare il completamento del Ciclo dei Vinti: nel 1895 iniziò minuziose indagini di costume che affermava necessarie per il terzo romanzo dei Cicli dei vinti, “La duchessa di Leyra“, che però non terminò mai (ci rimangono solamente il primo capitolo e un frammento del secondo), a causa della difficoltà di mantenere la poetica dell’impersonalità verso le classi agiate che disprezza, e che aveva già descritto efficacemente nei romanzi milanesi. Da alcuni anni lo scrittore aveva intanto intrapreso una relazione con la pianista Dina Castellazzi, contessa di Sordevolo che durò tutta la vita, anche se la riluttanza del Verga al matrimonio ridusse la relazione amorosa ad un’affettuosa amicizia. Un’altra relazione sentimentale conosciuta fu con la contessa milanese Paolina Greppi Lester, che durò dal 1878 al 1905. La Greppi è l’amica del Verga che compare, in forma romanzata, come interlocutrice in “Fantasticheria“, la novella che racconta il soggiorno della coppia ad Aci Trezza, e che è considerata il preludio a “I Malavoglia“. Presso Treves, vennero pubblicati nel 1896 i drammi “La lupa“, “In portineria“, “Cavalleria rusticana“, tutti ricavati da novelle. “La Lupa” venne rappresentata con successo sulle scene del Teatro Gerbino di Torino e a metà dell’anno lo scrittore ricominciò a lavorare a “La duchessa di Leyra“. Sulla rivista di Catania Le Grazie, il 1º gennaio 1897, venne pubblicata la novella intitolata “La caccia al lupo” e l’editore Treves pubblicò una nuova versione di Vita dei campi, con le illustrazioni di Arnaldo Ferraguti che presentava notevoli cambiamenti se confrontata all’edizione del 1880. Nel 1896, lo scrittore, che non era mai stato un progressista, ma comunque di idee liberali, approvò la repressione delle proteste sindacali dei Fasci siciliani attuata dal governo di Francesco Crispi, segno della sua rivoluzione politica, e del suo distacco totale dalle idee politiche dei naturalisti francesi come Émile Zola. Essi infatti credevano nel socialismo, mentre il pessimismo verghiano lo porta a negare ogni riscatto degli umili che si distaccano dalla tradizione, verso cui prova comunque simpatia, e nei suoi ultimi anni Verga adottò idee conservatrici, anche se continuava comunque a provare disgusto verso le classi ricche. Egli giustificò anche la sanguinosa repressione dei moti di Milano ad opera di Fiorenzo Bava-Beccaris, esprimendo anche una certa insofferenza verso la democrazia parlamentare, e appoggiò il colonialismo italiano. Queste posizioni furono dovute anche ad alcune leggi economiche che avevano, a suo dire, danneggiato la produzione dei suoi agrumeti, e, durante la vecchiaia, la sua chiusura contro il resto del mondo e la sua riservatezza aumentarono sempre di più. Nonostante questo, mantiene comunque una certa benevolenza per le classi umili. Sembra intanto proseguire assiduamente la stesura de “La duchessa di Leyra“, come si apprende da una lettera scritta all’amico Edouard Rod nel 1898, notizia confermata da La Nuova Antologia che ne annuncia la prossima pubblicazione. Nel 1901 furono rappresentati i bozzetti “La caccia al lupo” e “La caccia alla volpe” al teatro Manzoni di Milano e gli stessi saranno pubblicati nel 1902 dall’editore Treviso. Alla morte del fratello Pietro, avvenuta nel 1903, il Verga ebbe in affido i nipoti, Giovanni Verga Patriarca, Caterina e Marco, che poi adottò facendone i suoi figli adottivi. Nel novembre dello stesso anno venne rappresentato, sempre al teatro Manzoni, il dramma “Dal tuo al mio” che uscirà solamente nel 1905 a puntate su La Nuova Antologia e vedrà le stampe, ancora da Treves, nel 1906. Lontano ormai dalla scena letteraria, il Verga rallentò notevolmente la sua attività di scrittore per dedicarsi in modo assiduo alla cura delle sue terre anche se, come abbiamo notizia da una lettera all’amico Rod del 1º gennaio 1907, egli continuava a lavorare a “La duchessa di Leyra” del quale vedrà la luce un solo capitolo pubblicato postumo in La Letteratura a cura del De Roberto il 1º giugno 1922. Al De Roberto lo scrittore affidò, tra il 1912 e il 1914, la sceneggiatura cinematografica di alcune delle sue opere ed egli stesso provvedette alla riduzione della “Storia di una capinera” e de “La caccia al lupo” allo scopo di farne una versione per il teatro. Nel 1915, alla prima guerra mondiale, prese posizione a fianco degli interventisti, entrando a far parte dell’Associazione Nazionalista Italiana, a fianco di Enrico Corradini e Gabriele D’Annunzio, del quale apprezzava l’azione politica. Nel dopoguerra si avvicinò al movimento fascista, mostrando simpatia per la figura politica in ascesa di Benito Mussolini, anche se non si iscrisse mai ai Fasci di combattimento. La sua ultima novella, intitolata “Una capanna e il tuo cuore“, risale al 1919 e fu pubblicata anch’essa postuma, il 12 febbraio 1922 sull’Illustrazione italiana, mentre nel 1920 verrà pubblicata un’edizione riveduta delle “Novelle rusticane” a Roma sulla rivista La Voce. Nel luglio di quell’anno, per gli ottanta anni dello scrittore, si tennero a Catania le onoranze presso il Teatro Massimo Vincenzo Bellini alla presenza dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione Benedetto Croce e il discorso ufficiale fu tenuto da Luigi Pirandello. Sempre in quell’anno Verga ricevette, a Roma, la nomina di senatore del Regno, per decisione del re Vittorio Emanuele III. Furono tra le poche apparizioni pubbliche dello scrittore dopo il ritiro a Catania. Il 24 gennaio 1922, colto da ictus, non riprese conoscenza e il 27 gennaio morì per emorragia cerebrale a Catania nella casa di via Sant’Anna, assistito dai nipoti e dall’amico De Roberto, e dopo aver ricevuto l’estrema unzione, richiesta dai familiari nonostante durante tutta la vita fosse stato dichiaratamente scettico, se non ateo e materialista. Il patrimonio di Verga passò, in maggioranza, al nipote primogenito Giovanni Verga Patriarca. Giovanni Verga riposa oggi nel “viale degli uomini illustri” del cimitero monumentale di Catania.

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