Recensione de “I NARRATORI DELLA MODERNITA’ ” di Gabriella Maldini

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Buongiorno carissimi lettori,
oggi vi parleró di un libro a cui tengo particolarmente: “I narratori della modernità” di Gabriella Maldini, edito da CartaCanta editore, che ringraziamo entrambi per averci dato la possibilità di leggere.
Si tratta di un saggio sulla letteratura francese, diviso in quattro parti e incentrato, a partire dal 1800 e procedendo in ordine cronologico, sui quattro grandi autori francesi che hanno dato inizio al romanzo moderno: Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant. Essi hanno saputo analizzare e romanzare, ovviamente in maniera differente in base agli stili e ai diversi periodi storici, l’avvento della borghesia e i relativi stereotipi che si sono formati all’inizio dell’era moderna. Sono stati in grado di fotografare e immortalare una società in evoluzione, con tutti i pro e i contro, riuscendo ad anticipare quello che sarebbe stato, ed effettivamente è, il mondo moderno, basato sul consumismo e sulla bramosia. Quella voglia di affermarsi a tutti i costi, quel desiderio impellente di desiderare a prescindere, senza essere mai soddisfatti, la frenesia di arricchirsi, lavorando e non potendo godere pienamente del frutto del proprio lavoro, il contrasto campagna-città, il ruolo della donna che inizia ad essere decentrato dal focolare di casa: tutti comportamenti e caratteristiche che ritroviamo, in varie sfumature, con Emma in “Madame Bovary”, con Raphael ne “La pelle di zigrino”, col padre di Eugenie in “Eugenie Grandet”, nelle figlie di “Papà Goriot”, con Florent e Lisa ne “Il ventre di Parigi”, con Georges Duroy in “Bel Ami”. Il denominatore comune a tutto ció é Parigi: la città della perdizione, una medaglia i cui due lati sono rispettivamente sogno e rovina. A tal proposito vi riporto un estratto che fa una descrizione dettagliata di Parigi, tratto a sua volta da “La fanciulla dagli occhi d’oro” di Balzac: “Partiti all’alba per diventare uomini di rango, sono rimasti mediocri e rampanti. I loro volti mostrano un pallore acido, un colorito falso, gli occhi appannati e cerchiati, bocche loquaci e sensuali dove l’osservatore riconosce i sintomi dell’imbastardimento del pensiero e la sua giostra nel circo di una speciosità che uccide le facoltà generatrici del cervello, il dono delle larghe vedute, dell’analisi e della sintesi. Si arrostiscono quasi tutti nella fornace degli affari. E un uomo che si sia fatto stritolare o prendere dagli ingranaggi di queste immense macchine non diverrà mai grande. […] La gente mondana si è logorata in fretta. Occupata solo a fabbricarsi la gioia, ha abusato precocemente dei propri sensi come l’operaio abusa dell’acquavite. Il piacere è come alcune sostanze medicinali: per ottenere costantemente gli stessi effetti si deve raddoppiare la dose e la morte o l’abbrutimento sopravvengono con l’ultima dose. […] Come resistere alle sapienti lusinghe ordite in questo paese? Anche Parigi ha i suoi adepti per i quali il gioco, la gola o la cortigiana costituiscono l’oppio. Si incontrano facilmente in queste persone gusti più che passioni, fantasie romantiche e amori frigidi. È il regno dell’impotenza: le idee si sono esaurite, sono sfumate come l’energia nelle moine del salotto, fra le sdolcinatezze femminili. Ci sono sbarbatelli di quarant’anni e vecchi dottori di sedici anni. I ricchi trovano a Parigi l’intelligenza confezionata, la scienza premasticata, delle opinioni già formulate che li dispensano dal riflettere, dall’amministrare la scienza e dall’ostentare opinioni. In questo mondo l’insensatezza coincide con la debolezza o col libertinaggio. A forza di perdere tempo se ne diventa avari. Non esistono né affetti né idee. Gli abbracci mascherano una profonda indifferenza e l’educazione un continuo disprezzo. Non si ama mai il prossimo. Facezie senza arguzia, molte indiscrezioni, maldicenze e soprattutto luoghi comuni: questa la base del linguaggio ma questi infelici fortunati fingono di non riunirsi per sputare sentenze alla Rouchefoucauld; […] Questa vita vuota, l’attesa tradita di un piacere che non arriva mai, questa noia perpetua, questa vacuità di spirito, di cuore e di materia cerebrale, questa stanchezza dei grandi ricevimenti parigini si riflettono sui lineamenti di quei visi di cartapesta, su quelle rughe precoci, su quella fisionomia dei ricchi, disertata dall’intelligenza, in cui sogghigna l’impotenza, sfavilla l’oro.”
Come scrive l’autrice nell’introduzione: “Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant non sono solo i padri fondatori della letteratura così come oggi la intendiamo; sono anche i primi narratori della modernità: autori che, come veggenti, hanno intuito il mondo e l’uomo moderni e soprattutto li hanno raccontati, con i loro desideri, le loro paure, le loro ossessioni. Leggere le loro storie, i loro testi, ci permette di comprendere ció che siamo diventati oggi e soprattutto il cammino che abbiamo compiuto per diventarlo”.
La penna sapiente della scrittrice riesce a catturare l’attenzione e la curiosità del lettore grazie ad un’ottima capacità di narrazione, che analizza profondamente le opere degli autori riportando parte delle stesse e contestualizzandole sia in corrispondenza al periodo storico specifico, che alla vita personale dell’autore. Lo stile è pulito, rapido, fluente e mai noioso.
Personalmente, ritengo che sia un libro che vada letto, assolutamente uno dei migliori che mi sia capitato tra le mani negli ultimi anni. E non solo per l’eleganza della Maldini nel narrare, ma per la passione che viene trasmessa: pur essendo un saggio, quelle pagine sono “vive”. Tant’è vero che grazie a lei mi sono interessata ad opere che non avrei mai pensato di leggere, e che ho assolutamente intenzione di approfondire.
Un tuffo nella storia e, soprattutto, nella cultura.

Non vedo l’ora di confrontarmi con voi,

Vostra Chiara

P.s.: grazie a Gabriella per la dedica inaspettata!

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