Recensione de “IL PANE SOTTO LA NEVE” di Vanessa Navicelli

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Ciao amici,

è giunto il momento di una NUOVA RECENSIONE: è la volta de “Il pane sotto la neve” di @vanessa_navicelli che ringraziamo ancora per la collaborazione. Questo libro (romanzo finalista nazionale al Premio Letterario RAI “La Giara” 2012) è il primo di una saga, ma può essere letto anche singolarmente (peró vi anticipo già che chi si cimenterà nella lettura, farà fatica a non proseguire con quelle successive!). La storia è ambientata tra i colli piacentini, al confine tra Emilia Romagna e Lombardia, durante la prima metà del ‘900 (precisamente dal 1897 al 1945). Si tratta di una saga familiare che narra la vita dei protagonisti lungo il percorso storico e del fato: dal fidanzamento di Cesira e Battistino (detto Tino), che sono i capostipiti e i principali protagonisti di questo primo volume, alla nascita delle figlie Emma e Rosa, la loro crescita, il loro fidanzamento e in seguito la nascita dei nipoti. Della fatica del lavoro nei campi, dei soprusi del padrone, della povertà, dell’arrivo della prima guerra mondiale, dell’ascesa del fascismo e la nascita della Resistenza. All’inizio le vicende scorrono veloci, per giungere a soffermarsi principalmente negli ultimi anni, in concomitanza con la seconda guerra mondiale. Un racconto imperniato sull’amore, sulla vita contadina, sui valori antichi, in cui ognuno di noi può riconoscere le proprie origini, le storie tramandateci dagli anziani, un’epoca così vicina temporalmente, ma lontana moralmente, in cui si respira aria pulita, si mangia povertà e si vive di dignità. Uno stralcio di un’Italia trapassata da due guerre mondiali in un lasso di tempo troppo breve. Una vita difficile e pesante alla quale i protagonisti non si arrendono e non si lasciano sopraffare, proprio come la pianta di serenella che cresce imperterrita davanti alla casa di Cesira e Tino, testimone della loro vita e incurante alle avversità del tempo. L’autrice ci accompagna dolcemente nei meandri del romanzo, con delicatezza, anche nelle vicende piú dolorose e tristi, con uno stile leggiadro, ma profondo.

Nonostante ció non sono riuscita a trattenere le lacrime, dall’inizio alla fine. Sarà che sono appassionata di questo periodo storico, sarà che sono di parte, in quanto l’autrice è originaria delle mie zone e la sua storia è ambientata a due passi da casa, quindi la sento mia, ci ritrovo tanti elementi simili che mi sono stati raccontati fin da piccola da Bruna, la mia dolce “nonna adottiva” emiliana: la povertà, la strada lunga e piena di inconvenienti per arrivare dalla campagna alla città, la cucina tipica con la sua polenta e gli anolini (nel romanzo chiamati “agnolotti”), l’amore per la terra e gli animali, ma soprattutto per le persone e per la vita, che nonostante tutto non è mai disprezzata. Tutti elementi che descrivono un vivere semplice, onesto, a tratti amaro e quasi surreale se lo confrontiamo con quello moderno, ma assolutamente vero e meraviglioso. Non aggiungo nient’altro, altrimenti rischierei di risultare ripetitiva e superflua, ma ci tengo a riportare un dialogo finale tra Tino e Cesira che mi ha fatto sorridere e pensare ai miei nonni: un amore antico, puro, semplice, senza fronzoli. Un amore che non deve essere dimostrato, né pronunciato. Mai un “ti amo”, raramente un “ti voglio bene” che esce da bocche imbarazzate e guance arrossite. 

“Si è fatto buio. È il solito orario in cui Tino prende la lampada a petrolio e va nella stalla. Cesira è appoggiata alla finestra; guarda la luna che si rispecchia nella neve rimasta. Guardando il cielo e pensando a come è bello, le torna in mente una serata di quasi cinquant’anni fa, con Tino sulla balera del suo paese. 

«Una volta Annamaria mi ha chiesto se tu sei mai stato romantico» dice, continuando a fissare il cielo. «Sai, lei vede tutti quei film in cui ci sono gli innamorati che si dicono che si vogliono bene e guardano assieme le stelle. Pensa sia normale così.».

Tino si ferma sulla porta; appoggia la lampada a terra. «E tu cosa le hai risposto?».

«Che per te è normale così» dice Cesira guardandolo e infilandosi le mani nelle tasche del grembiule. 

Tino dà qualche colpo di tosse. «Dopo tanti anni, non ci sarà mica bisogno che te lo dica…che ti voglio bene».

 Cesira sorride tornando a guardare il cielo. «No, non ce n’è bisogno.».

 Tino resta a osservarla per un attimo, illuminata dalla luna, come quelle sere in balera, da ragazzi – se la ricorda bene. Quando la guarda, lui vede sempre quella ragazza di cinquant’anni fa. Sospira, riprende in mano la lampada e borbotta: «Eh, menomale.».

Un amore autentico, come le vite dei protagonisti.


Vostra Chiara

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